A oltre vent’anni dall’uscita di The Passion of the Christ, Mel Gibson torna su uno dei nuclei narrativi più profondi e complessi della tradizione cristiana con The Resurrection of the Christ, progetto cinematografico ambizioso destinato ad arrivare nelle sale nel 2027, articolato in due capitoli con uscite previste per il 26 marzo e dopo 40 giorni il 6 maggio 2027
Non si tratta, nelle intenzioni dichiarate del regista, di un semplice seguito narrativo, ma della seconda parte di un percorso iniziato nel 2004, quando Gibson decise di raccontare la Passione con uno sguardo radicale, fisico, quasi disturbante nella sua intensità visiva. Un film che, nel bene e nel male, ha segnato il cinema religioso contemporaneo, portando sullo schermo una rappresentazione della sofferenza mai affrontata con tale realismo nel cinema mainstream.

Quando The Passion of the Christ uscì nelle sale, il dibattito fu immediato. Da un lato, le critiche per la violenza esplicita e per il timore di possibili letture teologicamente controverse. Dall’altro, un forte consenso da parte di una parte del pubblico credente e non solo.
Il film scelse una strada allora rischiosa: girato in aramaico, latino ed ebraico, rinunciò alla semplificazione linguistica per cercare una maggiore immersione storica. La scelta, inizialmente considerata penalizzante dal punto di vista commerciale, si rivelò invece vincente. Con oltre 600 milioni di dollari di incasso globale, la pellicola divenne uno dei maggiori successi cinematografici indipendenti della storia.
Ma il dato economico racconta solo una parte della storia. Il film entrò nel dibattito culturale e religioso globale, riaprendo una riflessione su come il cinema possa affrontare temi spirituali senza ridurli a spettacolo.

The Resurrection of the Christ si muove su un piano narrativo diverso. Se il primo film era centrato sul corpo, sulla sofferenza fisica e sul sacrificio, questo nuovo capitolo si concentra su ciò che accade dopo: il tempo sospeso tra la morte e la resurrezione.
Secondo le anticipazioni, la narrazione toccherà temi teologicamente complessi come la discesa agli inferi, la dimensione del tempo spirituale e il rapporto tra morte e redenzione. Non una narrazione lineare, ma una costruzione cinematografica più stratificata, che dovrebbe alternare dimensione storica e dimensione simbolica.

Il progetto nasce da un lungo lavoro preparatorio. Gibson ha lavorato con teologi, storici del cristianesimo antico e studiosi delle lingue semitiche e latine, con l’obiettivo dichiarato di mantenere un forte ancoraggio alle fonti evangeliche e alla tradizione teologica cristiana. Il regista ha anche spiegato che “La Resurrezione di Cristo” sarà un film molto diverso dalla prima parte, più profondo dal punto di vista filosofico e spirituale, ma sempre con uno stile cinematografico potente e immersivo, com’è nel suo stile. Tra i riferimenti utilizzati:
- Vangeli canonici
- Testi della tradizione patristica
- Studi teologici sulla discesa agli inferi
Ricostruzioni storiche del contesto romano e giudaico del I secolo.

Secondo quanto emerso nel tempo, per Gibson la preparazione del film non è stata solo accademica, ma anche spirituale, nella convinzione che un racconto di questo tipo richieda un approccio che vada oltre la ricostruzione storica. Mel Gibson ha raccontato in un’intervista quanto sia stato complesso scrivere il copione del sequel: “Ho impiegato otto anni a sviluppare la sceneggiatura. È un progetto ambizioso, con un tema estremamente difficile da rappresentare. Abbiamo dovuto integrare molta teologia, storia e riflessioni sulla redenzione per riuscire a dare corpo alla narrazione”.

All’epoca di The Passion of the Christ, il Vaticano non espresse una posizione ufficiale unitaria, ma diversi esponenti di alto livello si pronunciarono. Il cardinale Dario Castrillón Hoyos definì il film un’opera capace di comunicare il mistero della fede attraverso il linguaggio artistico. L’arcivescovo John Foley lo descrisse come una meditazione cinematografica intensa sulla Passione. Parallelamente, il cardinale Walter Kasper sottolineò la necessità di una lettura prudente, ribadendo l’importanza di evitare interpretazioni che potessero generare tensioni interreligiose. Sul nuovo film, al momento, non esistono posizioni ufficiali, ma l’attenzione negli ambienti ecclesiastici appare concreta, soprattutto per l’impostazione fortemente documentata del progetto.
Nel percorso di costruzione visiva del film, il Sud Italia ha avuto un ruolo centrale. E Ginosa è entrata in questa fase già nella fase preliminare di studio. Nel settembre 2024 Mel Gibson ha effettuato un sopralluogo nel Villaggio rupestre La Rivolta. Non si è trattato di una visita puramente logistica. L’interesse era legato alla morfologia del luogo, alla relazione tra roccia e insediamento umano, alla percezione visiva di uno spazio che conserva ancora una dimensione quasi originaria.
Il villaggio rupestre rappresenta un paesaggio che non appare “ricostruito”, ma naturalmente coerente con un immaginario antico. Un elemento che, nel cinema storico e biblico, ha un valore decisivo.
Successivamente, nell’aprile 2025, Gibson ha proseguito l’attività di sopralluogo nel Rione Casale, nella gravina di Ginosa. Qui l’attenzione si è concentrata sull’architettura scavata nella roccia e sul rapporto tra abitato e natura.


La gravina, con le sue pareti verticali, la luce naturale filtrata e il silenzio acustico, rappresenta uno scenario di forte impatto cinematografico. Non un luogo che imita il passato, ma un luogo che lo conserva. Questi sopralluoghi hanno contribuito a inserire Ginosa tra le aree considerate nella progettazione delle location, insieme a Matera, Craco e altre zone del Mezzogiorno.

Le riprese principali sono iniziate a Cinecittà nell’ottobre 2025, con successivi spostamenti nel Sud Italia. Il progetto produttivo si muove su una scala importante, sia dal punto di vista economico sia tecnico. Il cast risulta in parte rinnovato, scelta legata anche alla volontà di evitare un utilizzo massivo di tecnologie digitali di ringiovanimento e mantenere una forte componente fisica e realistica nella messa in scena.
Il progetto di Gibson si colloca in una fascia rara del cinema contemporaneo: opere che cercano di coniugare ricerca storica, riflessione spirituale e produzione cinematografica ad alto livello.
Per territori come Ginosa, il coinvolgimento in fasi di studio e scouting internazionale rappresenta un riconoscimento della forza narrativa del paesaggio, prima ancora che un’opportunità di visibilità.




