copertina olocausto 2020

L’Olocausto spiegato dagli studenti dell’I.S. Deledda – S.G. Bosco

“Le voci della memoria” per commemorare il 27 gennaio

Gli alunni delle classi 3ªA – 3ªB, coadiuvati dalle docenti prof. Emanuella Antezza, Damiana Mele, Carmen Pignatelli, Maria Zicari, si sono esibiti in una interpretazione scenica, su un evento internazionale e oramai commemorativo, la Shoah. La rappresentazione, frutto di un compito di realtà, si è svolta nell’Aula Magna del plesso “Deledda”, alla presenza della Dirigente Scolastica dott.ssa Luciana Lovecchio, del Direttore Amministrativo dott. Giambattista Rosato, dei genitori e di una rappresentanza degli alunni dell’Istituto.

Il titolo della rappresentazione scenica, “Le voci della memoria”, ha voluto proprio rievocare l’avvenimento, attraverso una memoria storica di volti, nomi, emozioni, testimonianze.

Gli alunni si sono apprestati a svolgere indagini storiche su fonti e documenti scritti, poesie, testimonianze, fotografie, video, ecc; all’indagine è seguita l’interpretazione reale dei personaggi citati. Tutti in modo encomiabile sono stati dei veri attori, interpretando sentimenti, emozioni, dolore, coraggio, speranza, ma anche crollo fisico e psicologico dei deportati di cui erano portavoce: Massimiliano Maria Kolbe, Edith Stein, Trudi Birger, Anna Frank, sorelle Bucci, e tanti altri nomi di gente comune. La ripresa video eseguita nel cortile dell’Istituto ha simulato l’appello dei deportati con l’assegnazione dei rispettivi campi: Auschwitz Bergen-Belsen, Dachau, Varsavia, Stutthof, Birkenau, Buchenwald, Mauthausen; non più solo nomi, sono diventati con i loro corpi, un luogo, una storia indimenticabile.


 



Non poteva mancare “Il veleno di Auschwitz” raccontato dallo scrittore Primo Levi durante una intervista su Rai2. In uno straordinario ed emozionale silenzio, due alunni hanno interpretato la giornalista Lucia Borgia e Primo Levi. L’intervista è stato un momento di riflessione “sull’uomo e sull’anti-uomo”, sulle ragioni possibili del male, ma è anche stata un’occasione per fare un bilancio della vita dello scrittore. 

Le parole: olocausto, genocidio, campi di concentramento, SS, antisemitismo, ariani, – Bergen-Belsen, ghetto, soluzione finale, zyklon b, ”vergogna di Auschwitz” hanno ben schematizzato il panorama linguistico del gergo nazista e la responsabilità delle nuove generazioni di non dimenticare per non ripetere gli errori.

Delle voci narranti hanno accennato ai viaggi dei deportati, nei lunghi e soffocanti vagoni, alla privazione dei loro miseri bagagli, alla selezione umana nei campi, alla perdita della loro identità, all’alimentazione, ai lavori forzati, al destino dei bambini, al dottor Mengele, definito “angelo della morte”.

In un clima di così grande trasporto emozionale sono stati eseguiti coralmente e con flauto dolce i brani musicali Schindler’s List, Dona Dona, Gam Gam, La vita è bella.

Proprio con il ricordo di queste vittime, le classi 3ªA e 3ªB e i docenti hanno salutato i graditi ospiti con il messaggio augurale di Papa Francesco:

“Giovani, siete voi la nostra speranza per dire basta ad un mondo crudele”



“Le Voci della Memoria” nel giorno della memoria


TESTIMONIANZE

MARIANO LIOTINO

MARTINO GODELLI

Sono Martino Godelli, sono un sopravvissuto Italiano, nato a Goldstein in Germania .

Fui arrestato a fiume il 25 gennaio del 1944 e portato ad Auschwitz Birkenau.

All’ uscita dal  lager pesavo solo 28 kg.

“Sapevo quando era un trasporto italiano, perché vedevo i cerini per terra. I cerini ce li hanno solo gli Italiani, non esistono in nessun’ altra parte del mondo. Allora mi allontanavo”.



CARMINE DONNO

MASSIMILIANO MARIA KOLBE

Sono Massimiliano Maria Kolbe e sono un presbitero Polacco.

Il 28 Maggio 1941 giunsi nel campo di concentramento di Auschwitz , dove venni addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri. Alla fine del mese di luglio dello stesso anno venni trasportato al blocco 14 e impiegato nei lavori di mietitura. La fuga di uno dei prigionieri causò una rappresaglia da parte dei Nazisti che selezionarono 10 persone da far morire nel bunker della fame. Quando uno dei 10 condannati scoppiò in lacrime,  dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava, io sono uscito dalle file dei prigionieri e mi sono offerto  di morire al suo posto. In modo del tutto inaspettato lo scambio fu concesso, dato che i campi di concentramento erano creati per spezzare ogni legame di affetto e i gesti di solidarietà non erano accolti con favore. Quindi venni trasportato  e rinchiuso nel blocco 11 , dopo due settimane senza cibo e acqua la maggioranza  era morta di stenti,  ma 4 di noi tra cui io, eravamo ancora vivi e cantavamo inni a MARIA.

La mia calma impressionò le SS addette alla guardia, per le quali assistere a questa agonia si rivelò scioccante. Io e i mie compagni fummo condannati alla morte il 14 agosto 1941, vigilia della festa    dell’ assunzione di MARIA, con una iniezione di acido fenico .

ALESSANDRO LAPISCOPIA

ALDO CARPI

Io mi chiamo ALDO CARPI e sono stato portato nei campi di eliminazione di Mauthausen:

“Al mattino andai alla finestra e vidi tirar fuori dalla porticina della cameretta centinaia di morti che venivano buttati là, l’uno sull’altro. Un grande camion con rimorchio era tutto pieno di cadaveri, e poi non so quanti trasporti hanno fatto col piccolo carro a mano. Sui corpi nudi si vedeva il segno rosso del gas sulla pelle, dove la coperta di lana non li aveva protetti. Molti avevano perso sangue dal naso, dalla bocca e avevano ferite sulla testa: questi ultimi erano quelli che occupavano i letti più elevati, dai quali erano stati fatti precipitare per portarli fuori. Il terrore si diffuse nel campo, specialmente tra gli inabili e tra gli ammalati dell’ospedale. Di qui molti vollero uscire e tornare ai loro blocchi, ossia al lavoro. Molti di questi morirono perché privi di forze, non poterono sostenere la fatica. La stagione era ancora inclemente e la raccolta delle patate, sotto la pioggia gelata e nel fango, costò molte altre vita.



AIDA SANGIORGIO

TRUDI BIRGEN

Io sono Trudi Birgen e vengo dal campo di concentramento di Stutthoff. Mio padre è stato fucilato nel tentativo di nascondere dei bambini nel suo ufficio e mio fratello è stato portato via dalle SS e da allora non l’ho più rivisto. Sono passata dai tè danzanti di Francoforte alle ostilità del campo…già, il campo. Lo scopo del campo di concentramento era quello di uccidere gli ebrei, perché allora fare qualcosa per tenerli in vita? Sono convinta che fosse solo per prolungare la nostra sofferenza. Non solo ci volevano morti, volevano torturarci, spezzarci nell’animo. Glielo leggevi in faccia che si divertivano a vederci soffrire. Facevano tutto il possibile per renderci le cose penose. Ecco perché ci affamavano, ma non completamente, perché continuassimo a vivere fino allo stremo. Nessuno deve dimenticare la crudeltà dei campi. Non erano solo fabbriche impersonali di morte. Erano luoghi dove sadici, brutali criminali potevano mettere in atto le loro fantasie più perverse su delle vittime innocenti. Tra le prigioniere non c’erano molte manifestazioni di solidarietà. Nessuno aveva la forza di occuparsi degli altri. Eravamo come animali stanchi, pensavamo solo a come procurarci un po’ di cibo in più, un po’ di riposo in più e a evitare di essere picchiate. Il campo era in collina, senza recinzione, ma la fuga era impensabile. Eravamo in territorio nemico. Le guardie avevano una tenda e ogni sera sedevano davanti a un grosso falò a mangiare sotto i nostri occhi mentre noi morivamo di fame. Venivano scelte in base alla loro crudeltà e il loro capo era un vero assassino. Avevamo imparato in fretta a stargli alla larga. Io ero sempre affamata. Di notte sognavo tazze fumanti di cioccolata calda e croccanti panini con tanto burro. Erano sogni così intensi da sembrare reali e in pieno contrasto con le piccole quantità di cibo che ci venivano date. Fortunatamente ero ancora graziosa. Ogni tanto, con i miei sorrisi, riuscivo a impietosire un soldato che mi buttava una crosta di pane. Mezzo panino costituiva un immenso tesoro. Dividevo quegli insperati compensi con mia madre. Come nel ghetto, alcune donne andavano a letto con le guardie per ottenere cibo e favori extra. Nonostante la sua disapprovazione, mia madre mi fece capire che avrei potuto adeguarmi anch’io se fosse servito a salvarmi la vita, ma l’idea mi sembrava ripugnante. Doveva essere davvero l’ultima possibilità perché mi decidessi a farlo. Malgrado le condizioni disumane della vita nel campo di lavoro, malgrado la paura e la degradazione, la sofferenza fisica e la fame, ero ostinatamente attaccata alla vita. Lottavo per tenere alto il morale di mia madre e non lasciavo mai morire la speranza dentro di me. Anche la rabbia ci dava forza, la rabbia di essere state abbandonate, di essere tagliate fuori dal resto del mondo. Quanto ancora ci sarebbe voluto prima che gli alleati sbaragliassero i nazisti? Eravamo sicure che avrebbero perso la guerra, e ci aggrappavamo alla speranza di poter vedere quel giorno.



SHARON CICATIELLO

RENATE LASKER HARPPRECHT

Mi chiamo Renate Lasker Harpprecht, sono nata a Wroclaw in Polonia e vi racconterò il mio Olocausto nel campo di sterminio degli ebrei

“Un giorno vidi una bambina bionda italiana, col volto dolce, improvvisamente era sgattaiolata vicino a me…la trovavo incantevole…Era arrivata ad Auschwitz con un grande convoglio italiano, sicuramente non era giunta da sola…Le ho dato da mangiare, riuscivo a organizzare qualcosa per lei, perché avevo qualche libertà nel lager…Un giorno però l’ho persa di vista perché mi ero ammalata di nuovo… quando tornai in piedi era sparita, avevano già ucciso quella piccola ebrea”.

 “Il suo nome? Cominciava con la “M” , Marta, o qualcosa del genere”

Non sapevo chi era quella bimba, chi poteva essere? E come mai una “bimba” è riuscita a stare per un po’ nelle baracche degli adulti, dal momento che ad Auschwitz la quasi totalità dei bambini al di sotto dei dieci anni visti venivano immediatamente eliminati.

“Ricordo bene come i bambini venivano trattati lì, circa 220 mila vennero deportati ad Auschwitz, e la quasi totalità venne subito eliminata. Nei Kinderblock, le baracche dei piccoli, ne sono finiti solo una piccola percentuale ma solo quelli con qualche particolarità genetica: gemelli, o bambini con qualche deformità o con dettagli apparentemente di poco conto come le iridi di colori diversi e anche figli di genitori “misti”, uno cattolico e l’altro di religione ebraica. Servivano a Mengele per i suoi folli studi sulla presunta ereditarietà dei fattori negativi nei cromosomi degli ebrei  e di quelli positivi del carattere ariano. Questa è l’atrocità della Storia. E pochissimi tra loro si sono salvati. Ma forse la bimba “M” aveva più di dieci anni. Magari era piccolina di fisico, minuta, dimostrava meno dell’età dei suoi documenti. Un’altra ragazzina , ad esempio, aveva appena compiuto 15 anni ma appariva talmente piccina che finì nel blocco dei bambini. No, la bimba “M” non poteva essere lei perché Milena fu una delle pochissime del Kinderblock che riuscì a sopravvivere perché era stata messa al lavoro nelle fabbriche di munizioni per via delle dita sottilissime.”



COSTANTINO

NADJARI

Sono Nadjari, sopravvissuto ad Auschwitz, fui deportato ad Auschwitz nell’aprile del 1944. Due anni prima, i miei genitori e mia sorella minore, Nelli, furono tra i primi deportati e poi uccisi. Ad Auschwitz sono diventato un membro del Sonderkommando, ovvero gruppo speciale di deportati obbligati il cui compito era di portare i nuovi arrivati ​​negli spogliatoi e farli spogliare. Dopo essersi spogliati venivano portati nella camera della morte, dove i tedeschi avevano messo delle tubature per fargli credere fosse un bagno. Le bombole del gas arrivavano sempre con una macchina della Croce Rossa tedesca e due uomini delle SS. trascorsi sei o sette minuti nelle camere, iniziavano a morire. Mezz’ora dopo, iniziava il nostro lavoro: avremmo dovuto prendere i corpi di donne e bambini innocenti e portarli all’ascensore che portava nella stanza con i forni dove i loro corpi sarebbero bruciati senza combustibile, a causa del loro grasso.

l corpi bruciati poi venivano gettati in un fiume vicino.

“Ciò che ho vissuto è impossibile da descrivere.  Ho visto passare sotto i miei occhi circa 600.000 ebrei ungheresi, francesi e 80.000 polacchi.

Mi sono chiesto spesso come avrei potuto uccidere altri ebrei e ho spesso preso in considerazione la possibilità di mettere fine a tutto questo. Ogni volta che qualcuno veniva ucciso mi chiedevo “Dio esiste?”. Nonostante tutto questo, ho sempre creduto in lui. Continuo a credere che questa sia la volontà di Dio.



DI CANDIA

LILIANA SEGRE

Sono Liliana Segre. Avevo 8 anni ed ero una bambina di famiglia italiana da generazioni e generazioni. Facevo parte di quella minoranza di cittadini italiani di religione ebraica –  che, di colpo, con le leggi razziali fasciste diventarono cittadini di serie B all’inizio, per poi arrivare a diventare di serie Z.

Otto anni e, all’improvviso, mi dissero che non potevo più andare a scuola. Era l’estate del 1938, avrei dovuto iniziare la terza elementare.

Ed è stato allora, quando il mio papà cercò di spiegarmi che non potevo più andare a scuola per quelle leggi razziali fasciste. Mi ricordo tutto di quell’istante

E poi? Sono andata in una scuola privata che mi ha accolto. Le ragazzine, con le quali avevo frequentato la prima e la seconda elementare, nel quartiere, quando mi incontravano, mi segnavano col dito. Era una sensazione strana: erano le stesse bambine con cui avevo diviso il banco, con cui avevo trascorso la ricreazione, con cui avevo partecipato a giochi, a festine, a quelle piccole cose delle piccole vite di 8 anni, e improvvisamente quelle mie piccole coetanee mi vedevano come «la Segre». «Lei è la Segre, non può più venire a scuola perché è Ebrea». È stato un momento strano: mi sentivo talmente uguale alle altre ed ero considerata da loro diversa. Nella nuova scuola io non parlavo mai di quello che succedeva a casa mia. Cercavo di non essere diversa, volevo essere uguale alle altre. Era assurdo, per una famiglia borghese come la nostra, avere improvvisamente la sensazione di essere dichiarati nemici della patria.

E mi ricordo della Polizia che veniva a controllare documenti, che veniva con aria truce a guardarci con sospetto. E mi ricordo come, attaccata al vestito di mia nonna che andava ad aprire, io vidi questi poliziotti che mi sembravano tanto grandi, entrare con aria battagliera.


MANCINI COSIMO

ALBERTO SED

 Sono Alberto Sed : “Un episodio che mi ha fatto capire che era proprio la distruzione del mondo fu questo: davanti a me c’ era un altro del Kommando che portava un ragazzino verso questo carretto; c’ erano due tedeschi, uno dei due gli ha detto: “Férmete! Il regazzino nun l’ apoggiare, ma lancialo dentro il carretto!” Questo è rimasto un po’ fermo, nun riusciva a capì. Stava proseguendo, allora gli hanno intimato di lanciarlo: “Il ragazzino lo prendi e lo butti in alto dentro al carretto!” E questo ha dovuto prendere il ragazzino e buttarlo. ‘ Sto ragazzino poteva ave cinque, sette mesi, poi piangeva… quando questo l’ ha buttato, inaspettatamente uno dei due ha tirato fuori la pistola… e c’ ha fatto il tiro a segno. Avevano scommesso dei marchi, se lo colpiva o nun lo colpiva con il tiro a segno. Avevano scommesso! Cose incredibili che nun so se ‘ a gente ce crede o nun ce crede. Da lì ho capito proprio tutto, tutto. Ho detto: “Qui, questi ce stanno a trucidà giorno per giorno proprio come le bestie. Ma ancora peggio, perché una bestia nun s’ amazza in quella maniera”[…]”

 VINTILA MICHAELA

 GISELLA KUGLER

Sono Gisella Kugler […]La mamma… non gli ho detto neanche addio, niente. Non l’ ho salutata. Non sapevo cos’è, cosa viene, dove andiamo. […]” 

PARISI ROSANNA

STELLA FRANCO

Sono Stella Franco “[…]E poi mi hanno separato dalla mia sorellina. Aveva sette anni, da appena tre mesi era restata senza madre, senza fratelli, solo io e il babbo che stava malato. Ho cominciato a parlare italiano: “Lasciatemi la mia sorellina!” Me l’ han tolta dalle braccia. Ma lei si appiccicava: “Non ci vado, non ci vado!” “Ma devi andare, cara, devi andare. Siamo obbligati, non lo vedi che siamo obbligati?”[…]” 

CATUCCI VINCENZO

ROSSI FABIO

Sono Rossi Fabio, sveglia alle 4.30 del mattino. Tempo di rifare il giaciglio, andare alla latrina e presenziare all’appello “che poteva durare ore, all’aperto, con temperature d’inverno fino a 20 gradi sotto zero. Molti sono morti durante l’appello”.

VIZZIELLI VINCENZO

ROSPI UMBERTO

Sono Rospi Umberto, una bevanda calda, unico rifocillamento del mattino fino al momento della zuppa. Lavoro massacrante. “Lavoravamo nel fango: dovevamo scavare canali per far defluire l’acqua a Birkenau che sorge in una zona paludosa. Non ci veniva fatto rifornimento d’acqua: bevevamo infilando una canna nelle pareti che stavamo scavando, facevamo gocciolare l’acqua nella nostra ciotola, oggetto preziosissimo che ognuno di noi aveva”. A fine giornata, allineati per la conta, “anche i corpi dei compagni che non ce l’avevano fatta, corpi che noi dovevamo caricarci sulle spalle e deporre in ordine”.
“Difficile scegliere. Ho pianto in una sola occasione: quanto i miei fratelli mi raggiunsero la sera dopo il lavoro e mi dissero che mio zio, entrato con noi al campo, era stato selezionato per andare a morire nelle camere a gas. Mi riferirono che aveva detto di non essere tristi per lui, perché le sue sofferenze sarebbero finite presto”.

SORELLE BUCCI

La sera del 28 marzo 1944 una pattuglia tedesca arrestò tutta la famiglia Perlow.
Tatiana e io ricordiamo ancora quella fatidica sera, la tavola apparecchiata, in attesa di una cena mai consumata.

Tatiana e io eravamo davvero affezionate a nostro cugino Sergio, era come se fosse un fratello.
Internato con loro nel Kinderbloch, non è più tornato.  Una mattina di novembre fu strappato via con un tranello cinico delle SS: un capolavoro di crudeltà e perfidia. Il piccolo Sergio non aveva avuto esitazioni: di fronte all’inganno dei nazisti, alla parola mamma, fece un passo avanti, felice, di poter tornare tra le braccia di chi lo aveva messo al mondo. Tatiana e Andra erano state avvertite da una blockova di rimanere zitte e immobili e avevano cercato di dirlo anche a Sergio.

VALENTINA CURIONE

Il mio nome è Liliana Bucci, ma tutti mi chiamano Tatiana.

Sono nata a Fiume il 19 settembre 1937 e sono una delle pochissime bambine sopravvissute al campo di sterminio di Auschwitz.

SERENA SALLUCE

Io sono Alessandra Bucci, ma da sempre tutti mi chiamano Andra.

Sono nata a Fiume il 1° luglio 1939, e anch’io, come mia sorella Tati, sono una delle pochissime bambine sopravvissute al campo di sterminio di Auschwitz.

Tatiana e io vivevamo con la nostra famiglia a Fiume

LOVECCHIO ANTONIO

Sono David Rubinowicz un contadinello ebreo polacco.

6 aprile – La nostra situazione diventa di giorno in giorno peggiore; come ne prendono uno, allora quello ne denuncia altri dieci, e sempre più gente nella fossa.

10 aprile – Quando verrà la fine di questo terribile spargimento di sangue? Se continuerà ancora così, allora soltanto per il terrore la gente continuerà a cadere come le mosche.

Da noi è venuto un contadino e ha detto che hanno ammazzato per strada la figlia del nostro ex vicino, perché era fuori dopo le sette. Non ci credo ancora, ma tutto può essere possibile. Se ha potuto essere ammazzata una ragazza così, allora domani verrà la fine del mondo.


DI TINCO ANTONIO

MILITARE RUSSO

Sono un militare russo di anni 19, fui dei primi ad entrare ad Auschwitz. Ho passato il primo filo spinato alle 5 di mattina; era buio, sabato 27 gennaio 1945. Non era gelido, solo tracce di neve marcia. La sera prima, nella notte, il combattimento aveva preteso molte vite. Temevo i cecchini lasciati di guardia. Al riparo di un bidone ho visto il maggiore shapiro, un ebreo russo del gruppo d’assalto della centesima divisione, spalancare un grande cancello. Dall’altra parte un gruppo di vecchi minuti, ma  erano bambini, ci ha sorriso.

Mi sono alzato per avanzare. Ho guardato nel bidone: era colmo di cenere, emergevano frammenti di ossa. Non ho capito che erano resti di chi era stato là dentro.

Nell’ombra, avvertii una presenza. Strisciava nel fango, davanti a me. Si voltò e apparve il bianco di occhi enormi, dilatati. Tacemmo: da lontano ci investiva l’eco smorzata degli scoppi. Tra i due, solo io sapevo che erano i colpi dell’artiglieria tedesca in fuga. Pensai ad uno spettro, mi assalì il dubbio di essere stato colpito, magari ucciso. Non sognavo, ero di fronte ad un morto vivente. Dietro a lui, oltre la nebbia scura, intuii decine di altri fantasmi. Ossa mobili, tenute assieme da pelle secca ed invecchiata. L’aria era irrespirabile, un misto di carne bruciata ed escrementi.

Ci sorprese la paura di un contagio, la tentazione di scappare. Non sapevo dove fossi sbucato. Un commilitone mi disse che eravamo ad Auschwitz. Abbiamo proseguito, senza una parola.

Donne, bambini, malati: erano incapaci di muoversi, per questo erano stati abbandonati nelle baracche. I tedeschi non avevano avuto il tempo di ammazzarli tutti. C’era una puzza asfissiante, l’odore dolciastro e acre della morte che ancora mi pare di sentire. Sono passato davanti a scheletri accovacciati nella melma gelata .Non parlavamo, mi seguivano con sguardi di terrore.

Gli ultimi giorni, per fare in fretta, i nazisti li fucilavano a migliaia sul bordo delle fosse comuni. Poi bruciavano  tutto. Ho aperto le porte di quattro baracche: in ognuna 24 persone polacchi, russi, francesi, tutti ebrei. Erano stesi, moribondi: qualcuno pregava, credevano li ammazzassi. Uno mi mostro un numero tatuato sull’osso di un braccio. Le assi erano coperte di stracci ed escrementi, si soffocava. Non posso dire di aver percepito felicita, mentre dicevo loro che erano liberi. Li vedevo sollevati, gli occhi si riaccendevano: ma non avevano la forza di reggere una gioia.

ANDRISANI VITAILLARY

ANNA FRANK

Mi chiamo Anne Frank e sono nata il 12 giugno 1929 nella città tedesca di Francoforte.  Ho una sorella che si chiama Margot ed è più grande di me di tre anni e qualche mese. Io e la mia famiglia siamo ebrei. Papà e mamma hanno paura dell’odio nei confronti degli ebrei e perciò hanno deciso di trasferirsi ad Amsterdam, nei Paesi Bassi.

Amsterdam mi piace, mi sento a casa: ho imparato la lingua, vado a scuola, ho tanti amici.

 Agli ebrei è vietato frequentare parchi, cinema e negozi. Tutti i ragazzi ebrei, quindi anche io,  frequentiamo una scuola separata, solo per ebrei.

A noi ebrei hanno cucito una stella sugli abiti.

Per il mio tredicesimo compleanno ho ricevuto in dono un diario che è  diventato il Libro dei bei pensieri. Scrivere mi aiuta a far passare il tempo.

Quando poi siamo stati deportati, il viaggio in treno è durato tre giorni, abbiamo viaggiato in vagoni per il trasporto di bestiame. Non c’era cibo, né acqua, il wc era un barile.

Io, mia sorella e mia madre siamo andate in un campo di lavoro femminile, mio padre in un campo maschile.

Io e mia sorella siamo state trasferite di nuovo, la seconda volta nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Anche a Bergen-Belsen le condizioni erano terribili: non c’era quasi niente da mangiare, faceva freddo e abbiamo contratto il tifo. Abbiamo perso la vita entrambe nel febbraio del 1945, a causa di questa  malattia, prima Margot, poco dopo io.



MARTINA RIBECCO: GIORNALISTA LUCIA BORGIA

ALESSANDRO PIEPOLI: PRIMO LEVI

INTERVISTA PRIMO LEVI

G: Stasera con noi in studio c’è Primo Levi, un chimico, uno scienziato, che si è fatto una vita, ha ricominciato a vivere ed è diventato uno degli scrittori più importanti al mondo, solo dopo il ritorno da Aushwitz. Era stato deportato a 24 anni, in quanto ebreo e partigiano.

Primo Levi, lei si è riconosciuto nelle fotografie che abbiamo appena visto, ha riconosciuto la vita nel campo?

P: L’intera Germania nazista era un campo di concentramento e alcuni elementi erano comuni a tutti i campi, però fra i campi c’era una gerarchia, non che i soldati italiano stessero bene perché anche loro stavano male, ma non sarebbe stato pensabile, nel nostro lager “Aushwitz”, un frate o un rabbino o un sacerdote, non sarebbe stato pensabile conservare i propri abiti, avere le proprie scarpe, quindi la nostra condizione, sotto tutti gli aspetti, anche sotto l’aspetto alimentare era peggiore di quella dei lager militari. I militari italiani stavano peggio di tutti gli altri militari, perché erano traditori, erano “badogliani” per definizione, avevano tradito in blocco l’alleanza con la Germania.

G: Ad Aushwitz c’erano margini, non di libertà, perché non si può parlare di liberta, ma di azione…ecco si potevano fare fotografie?

P: No, era impensabile che esistesse una macchina fotografica, però capitava tutto ed è successo anche che un membro della resistenza clandestina, che c’era in Aushwitz, un ebreo sionista ed anche comunista  (a quel tempo era possibile essere le 2 cose) era riuscito a contrabbandare un macchina fotografica in campo, con il rischio della vita. Lui ufficialmente faceva il conciatetti, a Birkenau, cioè dove c’erano le camere a gas, ed è riuscito, dal tetto che lui fingeva di rassettare, a scattare alcune fotografie, che sono rimaste storiche, in cui si vedono veramente le squadre in azione, in atto di bruciare dei cadaveri su delle pile, su dei roghi, perché le camere a gas erano sature, i crematori erano saturi, non c’era più posto. Era il tempo in cui deportavano ogni giorno 2 o 3 convogli di ebrei dell’Ungheria. Erano 15/20mila persone che arrivavano in campo e gli impianti di Aushwitz non bastavano più.

G: Dopo il ritorno, lei ha scritto molto razionalmente, dell’obbrobrio del lager, però ha scritto anche poesie e anzi il suo libro appena uscito, è una raccolta di poesie. Questa sua voglia di scrivere, questo bisogno di scrivere che peso ha avuto nel ricominciare a vivere?

P: Ha avuto un peso determinante, io sono ritornato con l’impressione di essere sopravvissuto, allo scopo di scrivere, cioè che in qualche modo il desiderio di raccontar queste cose, mi avesse aiutato a tener duro. Ed ho cominciato a scrivere appena ne ho avuto modo, appena ho avuto un tavolo, una penna, un pezzo di carta; addirittura avevo iniziato in lager stesso, nei pochi momenti lavoravo in un laboratorio chimico, io scrivevo, sapendo benissimo che io rischiavo, perché era considerato spionaggio scrivere e che non avrei comunque potuto salare questi appunti.

G: Le poesie sono venute prima o dopo di “Se questo è un uomo” e “La tregua” che sono i libri, che lo hanno fatto conoscere in tutto il mondo?

P: Prima, anzi contengono molti dei temi svolti in questi libri.

G: Eppure Adorno aveva scritto che dopo Aushwitz non si può fare più poesia…

P: Ecco io correggerei questo enunciato di Adorno, direi che dopo Aushwitz, non si può più fare poesia se non su Aushwitz o almeno tenendo conto di Aushwitz, qualcosa di Aushwitz è qualcosa di irreversibile successa nel mondo.

G: La guerra è la morte dell’arte?

P: Purtroppo no, quando la guerra sia la morte e l’arte sia la vita, fin dall’Iliade, fin dall’Antico Testamento, purtroppo convivono; pare che esista un bisogno umano di esprimere in poesia anche le cose atroci, anche la guerra.

G: La liberazione del suo campo come avvenne?

P: Sostanzialmente in tutti i campi la liberazione è avvenuta su uno scenario simile, cioè in mezzo a montagne di cadaveri. Non è stato un momento di gioia, ma piuttosto di raccoglimento, di ripensamento e anche di disperazione per alcuni.

G: È  riuscito a rendersi conto di che cosa spingeva i torturatori?

P: A mio parere, bisognerebbe distinguere fra i torturatori per natura e per istinto, che erano molto pochi, i mosti erano pochissimi, dagli altri che facevano questo mestiere di custodi, di aguzzini, perché erano e si sentivano rotelle di un meccanismo. A mio parere la grande trovata di Hitler, copiata da Mussolini, era la propaganda e la scuola; la scuola nazista che era ben organizzata, come tutte le istituzioni naziste, era veramente una fabbrica di fanatici e seguaci, di sudditi obbedienti.

G: Lei ha mai incontrato un nazista, nei campi, che si facesse un po’ schifo a se stesso, che desse da vedere che si faceva schifo a se stesso?

P: Mah, veramente era molto difficile chi era nazista e chi non lo era, tutti dicevano di sì…contatti con le SS, noi ne avevamo pochissimi, avevamo contatti con dei funzionari civili, che appartenevano alla struttura nazista e sembravano piuttosto annoiati che schifati…sembrava che avessero a noia questo regime oppressivo. Devo far notare che io sono stato internato nel 1944, quando tutto già stava crollando.

G: Per quanto tempo, lei è stato internato?

P: Per 1 anno, dal Febbraio del ’44 al Gennaio del 1945.

G: Senta, Franklin Delano Roosevelt diceva una frase, che poi è diventata quasi un suo slogan, che in nessuna circostanza, mai bisogna voltare le spalle alla vita.  Lei ad Aushwitz ha avuto la tentazione di voltare le spalle alla vita?

P: non c’era regola, né nella vita di un singolo individuo, né nella collettività, cioè si trovavano gli estremi: gli ottimisti totali, che dicevano “coraggio, domani la guerra finisce” e i pessimisti totali, che dicevano “no, domani ci uccidono tutti”. E non è che fossero 2 razze distinte, ma ognuno di noi oscillava da uno stato all’altro e quasi nessuno ci fermava sullo stato intermedio, che era quello di pensare che eravamo in pericolo gravissimo, ma non c’era nulla di certo.

G: Sogna ancora Aushwitz?

P: No, da molti anni non più.

G: Senta, qual è il ricordo di un suono, di una parola più precisa di Aushwitz?

P: Beh, come parole i comandi, come suono le marce che suonava l’orchestra ogni mattina e ogni sera, era una dozzina o una quindicina ed erano sempre le stesse. Io non so scrivere musica, ma potrei dettarle benissimo, tanto mi sono rimaste impresse anche dopo 40 anni.

G: Secondo lei, come si può riuscire a superare un trauma così forte, quasi inumano…qual è la dote principale per reggere ad un’esperienza così?

P: In primo luogo una buona resistenza fisica e una buona età, non troppo giovane e non troppo anziana, cioè l’età ottimale era la mia. I ragazzi di 16 e 17 anni non tenevano, erano troppo disordinati, non riuscivano ad autodisciplinarsi e degli anziani non parliamo…

G: Nel campo la dote più utile qual era?

P: Secondo me la più utile era la conoscenza linguistica, era il conoscere il tedesco o il polacco o l’impararlo, perché se no si naufragava subito, come è successo alla maggior parte degli ebrei italiani, che non capivano e si sono autoemarginati in pochi giorni…non capivano comandi, consigli. In secondo luogo era una fede, credere in qualsiasi cosa al di fuori di se stessi, che fosse religiosa o politica o filosofica, era poco importante; importante era credere aldilà proprio individuo.

G: Primo Levi, lei è tornato ed ha scritto un libro sul viaggio di ritorno, “La tregua”, in cui dice <<nel viaggio di ritorno sentivamo fluire nelle vene il veleno di Aushwitz>>. Questo veleno lo conserva ancora?

P: No, ormai sono passati molti anni e non invano, ho molto pensato su questo argomento, fa parte di un certo mio modo di vivere, il riferirmi per tutte le esperienze a quella esperienza fondamentale, ma quel veleno è esorcizzato e non mi scorre più nelle vene. A quel tempo sì, in quel momento, mentre ritornavo a casa su quell’interminabile treno, mi sentivo in pericolo, perché non sapevo cosa avrei trovato, se la casa in piedi, se la famiglia integra, se gli amici…

G: E chi ha trovato?

P: Per fortuna ho trovato la casa quasi in piedi e la famiglia quasi al completo.

G: Lei dopo quanto tempo si è sposato?

P: Un anno dopo.

G: Ha figli?

P: Sì ho 2 figli

G: Ad Aushwitz è tornato?

P: Sì, 2 volte nel ’65 e nel’82.

G: E in Germania è andato?

P: Sì, molte volte per lavoro, quando facevo il chimico di fabbrica.

G: Chi o che cosa l’ha aiutata di più a ricostruirsi la vita?

P: Direi, il desiderio di raccontare. Avevo l’impressione di essere tornato allo scopo di raccontare…

G: Primo Levi, cos’è la memoria?

P: la memoria è un dovere, lo è per tutti gli uomini in quanto tali, ma soprattutto per noi che abbiamo avuto la sventura, ma anche la ventura di vivere esperienze fondamentali. Mi pare che sarebbe come mancare a un dovere il non trasmettere memoria di quello che abbiamo visto.

        Docenti coordinatori Proff. Antezza. E., Mele D., Pignatelli C.


L’intervista agli studenti



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