2-Vescovo Michele Saraceno

Scoperta del culto di San Michele a Ginosa

Una bellissima effige di San Michele Arcangelo, realizzato da Don Domenico Cantore e donato alla nostra comunità, fa bella mostra di sé nella Chiesa Madre.

Una copia della celebre statua attribuita al Sansovino, custodita sull’altare nella grotta della Basilica di Monte Sant’Angelo, si aggiunge al patrimonio artistico della Chiesa Madre e richiama alla nostra memoria l’antico culto di San Michele a Ginosa.

Statua realizzata da don Domenico Cantore

Die VIII° dicti mensis Maii … … festo Beati Michaelis Arcangeli si legge in “Acta Sanctae Visitationis in Terra Genusii” anno 1554 8 Maggio San Michele Arcangelo! “Vorrei tanto rivedere il quadro di San Michele Arcangelo che è esposto in Chiesa Madre, quello che veniva messo sull’altare l’otto maggio, durante la messa cantata” … Animata da questa “missione”, l’ho cercato per fotografarlo, tra le tele presenti in Chiesa, quando nel mese di maggio, saltuariamente, ho partecipato al Mese Mariano. Non trovatolo, chiesi a Carmelo, garbatissimo e preziosissimo custode della Matrice che in tutta risposta e sorpreso mi disse: “Ma tua madre quanti anni ha? Non ricordo di questo quadro! Forse è tra quelli “custoditi” in attesa di restauro!”.

Vescovo Michele Saraceno

Nessuno di quelli da me interpellati sapeva di questo quadro né del culto di San Michele (Mi-Ka-El = chi è come Dio?). Molto spesso non si dà la giusta importanza alle fonti orali; il “ricordo” o la “memoria” sono ritenuti poco attendibili; oggi, è necessario che queste testimonianze siano confermate da atti ufficiali! Mia madre mi ha descritto minuziosamente quel giorno di festa che si celebrava fino agli inizi degli anni ’40 e alla quale, lei adolescente, partecipava. La mattina presto i bambini portavano in chiesa tante rose che provenivano dai giardini dei devoti ginosini, per ornare tutti gli altari. Il tripudio dei colori resi più “caldi” dalle tremule fiammelle delle candele accese, la fragranza ed il profumo delle innumerevoli rose inebriavano ed estasiavano i fedeli che, entrando in chiesa, prima si inginocchiavano davanti alla bellissima immagine esposta sull’Altare Maggiore e poi andavano a prendere posto tra i banchi, pronti a vivere ed a gustare tutta l’emozione di quella attesa celebrazione. I canti e le armonie della messa cantata, che veniva officiata, riempivano di letizia i cuori di tutti. Un anno, associata a questa celebrazione, con l’invocazione a Santa Alice, la Santa della carità verso gli indigenti, si chiese la protezione delle mucche che si stavano ammalando e morendo, tra lo sconforto e il dolore delle tante povere famiglie che perdevano un’importante fonte di alimentazione. Il quadro di San Michele Arcangelo, durante gli altri giorni, era appeso lateralmente ad una colonna a sinistra della navata centrale, entrando dall’ingresso principale, sulle quali si ammiravano anche le postazioni della Via Crucis. La celebrazione ginosina della festa di San Michele Arcangelo, ricadente il giorno 8 maggio (il calendario liturgico la pone il 29 settembre) è legato alla data della prima apparizione dell’Arcangelo, nell’ antro roccioso del Gargano nell’anno 490 d.C. L’Arcangelo apparve tre volte a San Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto. Queste apparizioni sono raccontate negli episodi: Il Toro; La Battaglia; La Dedicazione della Basilica. Secondo la tradizione l’Arcangelo chiese di dedicare al culto cristiano quella grotta dove ora sorge la “Basilica Celeste”, il Santuario di Monte Sant’Angelo. In questo testo c’è la conferma del culto micaelico in Chiesa Madre già dal 1544. Questa devozione si diffuse rapidamente ed il Gargano è divenuto la “Montagna Sacra” dell’ Occidente, il luogo dell’incontro con Dio, dove si respira l’aria del Mistero, della semplicità e del fascino della Fede che trasuda da quelle millenarie pietre. Il culto di San Michele Arcangelo nacque in Frigia dove sono attestate le prime apparizioni e furono costruiti numerosi santuari già dagli inizi dell’era cristiana. Accomuna le tre grandi religioni monoteiste. Per l’Islam, Michele con il parigrado Gabriele furono inviati da Allah ad istruire il Profeta Maometto. Per gli ebrei l’Arcangelo è il Serafino che difende Israele… “ora in quel tempo sorgerà Michele, il Gran Principe, che vigila sui figli del tuo popolo” (Daniele 12,1). Per i cattolici è il Primo Santo dopo la Vergine Maria. È il principe o generale delle Milizie Celesti; è Arcistratega armato di spada o lancia; è il Custode Ecclesiale; l’Angelo Psicopompo e Pesatore della Anime (infatti, a lui spetterà il privilegio di accompagnare le anime dei defunti davanti a Dio il giorno del Giudizio Universale); Angelo guaritore e Patrono di fonti d’acqua dai poteri terapeutici; successivamente, diverrà il difensore delle armate e colui che sconfisse il demonio. Il suo culto è un’affascinante sovrapposizione del Cristianesimo con il culto di Mitra, divinità persiana, venerata in grotte e spelonche, soprattutto dalla classe militare che si batteva per la supremazia del Bene sul Male. Il culto devozionale e penitenziale in Italia meridionale fu diffuso dai pastori transumanti che lambivano il Gargano ed ebbe la massima espansione con i Longobardi. A partire dall’età Normanna, l’ Arcangelo sarà invocato contro i Saraceni e durante le Crociate. Il grottale culto micaelico, probabilmente, nel nostro contesto rupestre veniva celebrato nella “chiesa o grotta dell’Angelo” di cui gli autori di storia locale ne riportano la presenza, ma non la sua localizzazione. Una sera, immersa in una appassionante (per me) lettura di “Acta Sanctae Visitationis in Terra Genusii” (anno 1544) leggo: “Die VIII° dicti mensis Maii, in die Iovis et festo Beati Michaelis Arcangeli, mane cum surrexisset, predictus Dominus Reverendissimus Archiepiscopus accessit ad predictam Matricem ecclasiam ……”.  “Nel giorno 8 maggio, giovedì e festa del Beato Michele Arcangelo, di mattina dopo che si era alzato, il preannunciato Signore Reverendissimo Arcivescovo (Michele Saraceno) entrò nella stabilita Chiesa Madre ……”.Si legge poi che accedendo al Coro, là stette ascoltando la messa cantata che celebrò il reverendo Don Jacobo Muscarolo, Arciprete in dette Terre. Durante la messa solenne fu letto il monito e quando terminò l’Arcivescovo dette la solenne benedizione al popolo e confermò nella fede i ragazzi presentati. Eureka! Questo documento, preziosissimo per la nostra storia, è un inventario fatto in seguito alla visita in Terra di Ginosa da Giovanni Michele Saraceno, Arcivescovo di Acerenza e Matera. Questo atto è in realtà anche la testimonianza dell’appropriazione indebita dei beni e delle rendite dei monasteri Benedettini e Teutonici da parte dell’Arcivescovo che le incorporò alla sua Mensa con il titolo di “Grazia”. Per poter inventariare i beni, emanò un monito che veniva letto ai ginosini durante le messe e li obbligava entro tre giorni (pena la scomunica, il pagamento di mille libre di cera e confisca dei beni) a rendere i beni della mensa arcivescovile, delle chiese, degli ospedali e delle Confraternite in loro possesso o denunciarli. Al clero locale fu fatto testimoniare il falso ! Si fecero così attribuire alla Mensa Arcivescovile le rendite che appartenevano al Monastero di Santa Maria di Picciano, ribattezzato Santa Maria del Piano (per distinguerlo da Santa Maria delle Grotte). Infatti, dopo la soppressione dei Teutonici questa chiesa andò in rovina, ma le sue vistose rendite facevano gola a tanti e l’Arcivescovo Michele Saraceno, con il sotterfugio della menzogna, se ne appropriò. Evento denunciato in “Ginosa Terra d’Otranto”, da Gaetano Glionna, a pagina 91: “… facendo formare in pari tempo, 1544, e con accurata sollecitudine, una platea, dalla quale si rileva che erano ben pochi i fondi rurali ed urbani di Ginosa, che non fossero sottoposti ai censi e alle decime dovute pria all’ Ordine; e, quindi, alla detta “Mensa …” Oggi Sappiamo che questo Vescovo tenne la dignità arcivescovile per 25 anni ed intraprese una attenta azione mirata ad elevare lo stato sociale, economico, morale e culturale del clero, poiché ciascuno agiva ed esercitava in modo “personale”; agli scarsi proventi della chiesa i sacerdoti sopperivano con i mestieri più svariati. E ancora, di una immagine di San Michele si parla anche ne “Inventarium omnium honorum Admondum Reverendi Capituli Terrae Genusii”. Questo documento è un atto legale redatto nel 1600 dal notaio Giambattista Strada. È un inventario dei beni fatto su istanza del Cantore Don Angelo Nardelli per tutelare i diritti del Capitolo. Viene riferito della presenza sull’altare Maggiore della Chiesa Madre di una custodia per il S.S. sulla cui porta a destra c’è l’ immagine di San Michele e a sinistra San Benedetto. mia madre, una stella nel firmamento. Senza il suo input non avrei conosciuto questa antica tradizione ginosina. 

Autrice: Antonietta Buonora

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