Giovanni-zicari-Nevicata-del-1956

Ginosa, la nevicata del 1956

Eravamo agli inizi di Gennaio del 1956, io tredicenne, e il mio compagno Alessandro A. diciottenne, con i trattori, eravamo nella valle del Bradano a preparare il terremo per la semina del cotone. Una mattina, verso le 10.00 arrivò il padrone dicendoci di sganciare gli aratri e di agganciare i rimorchi con i quali saremmo andati nell’oliveto di Girifalco a caricare la “frasca” che sarebbe servita a governare le pecore in caso di nevicate. Pare che il massaro, responsabile del grande gregge, si era messo come una zecca all’orecchio del padrone, continuando a mo di litania, “fra non molto deve nevicare, fra non molto deve nevicare, e non poco, bisogna provvedere con urgenza a trasportare nei pressi dell’ovile la frasca, il fieno che abbiamo, non basterà a governare le pecore.” Il padrone non potendone più, (ma preoccupato) di sentire quel piagnisteo, convocò noi trattoristi di provvedere all’approvvigionamento della frasca caduta dalla potatura in corso, nel grande oliveto di Girifalco
Così, per tutto il mese di Gennaio trasportavamo la “frasca” di ulivo dall’oliveto di Girifalco alla grande masseria di Roccavetere.



I primi giorni di Febbraio, si avverò la previsioni del “massaro”; mentre con i trattori attraverso la masseria della “stivaletta” ci dirigevamo in quella di Roccavetere, nei pressi della zona del “pozzo dei porci”, incominciò a cadere qualche piccolo fiocco di neve, di lì a qualche minuto i fiocchi diventarono come un palmo della mano, copiosa, fitta, tanto fitta che ci accecava ed era difficile controllare e rimanere sull’asse della strada della quale non si conoscevano più i limiti, con l’aiuto di Dio arrivammo a Roccavetere, infreddoliti e intirizziti come baccalà non eravamo equipaggiati per quelle occasioni.
La neve cadde per giorni e giorni, non potendo azzardare il viaggio in bicicletta per ritornare a Ginosa come ogni sera, noi trattoristi rimanemmo bloccati nella masseria insieme ai “salariati” coricandoci su improvvisati giacigli.
Quindi si era provveduto per il nutrimento degli animali,… e per i “cristiani”? Non c’era più niente da mangiare, per un paio di giorni cucinavamo solo *friarielli, ma avevamo bisogno di pane, di pasta, della biancheria pulita.
A quel punto, Alessandro (piu grande) disse: “questa mattina io e te ci copriamo con dei sacchi e paglia, e con il trattore più piccolo e maneggevole tentiamo di arrivare a Ginosa” .
Con molta difficoltà riuscimmo ad arrivare in paese dopo esserci rifocillati, andammo casa per casa di quelle persone che avevamo lasciato in masseria, le famiglie ci dettero tutto il necessario da portare ai loro cari, così, nel primo pomeriggio ci avviammo per una nuova avventura di ritorno per portare il necessario ai nostri fratelli.
Giovanni Zicari

Antico proverbio, Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame

Quando c’è la neve il grano si moltiplica, quando invece piove il raccolto va male.
Così recita un antico proverbio, e si riferisce al grano e a tutta la famiglia delle graminacee, perche di questi periodi, il grano nei campi è alto 15 cm circa, sotto la coperta di neve muore tutta la parte che è fuori dal terreno, ma si irrobustisce, sviluppa e si espande la parte radicante, questo fenomeno si chiama “accestimento”, finito poi l’inverno, dalla stessa pianta, fuoriescono non una sola spiga, ma cinque sei spighe, il raccolto si quintuplica e molto di più, allora il detto “sotto la neve pane”.

 

*Friarelli in napoletano, in italiano “rapetta”, sono delle cime di rape che crescono molto alte, hanno la cima grossa come un polpastrello di un dito indice, sono amarognole, e sono una leccornia per i buoi, si piantavano proprio per i buoi.

 



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